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Altare

AltareAmboneL’altare conciliare e l’ambone sono stati costruiti in ricordo del giubileo parrocchiale 2005. Il pannello frontale dell’altare, custodito per anni in sacrestia, faceva parte dell’altare della Cripta, tolto per essere sostituito dal vetro, dopo la deposizione del corpo di S. Clemente Martire.

Cappella del Ss.mo Sacramento

SacramentoHa un’impronta di solennità e di sontuosità. E’ divisa in due comparti, l’altare e l’antisala, separati da un doppio arco a tutto sesto, poggiante su due pilastri. I soffitti a volta e la lunetta, che sovrasta l’altare, sono affrescati dal pittore maiorese Raffaele D’Amato (1857-1921).Egli è l’autore si alcuni affreschi riproducenti putti e decorazioni (1915), – su commissione (vedi lapide nella navata) di Mons. Francesco Cammarota, nato a Maiori il 24.02.1874 e deceduto il 15.12.1936 a Vallo della Lucania, di cui era stato eletto vescovo nel 1917 – e dei quattro rosoni (1910), ove sono inserite le figure di San Pasquale e Santa Chiara, francescani, e San Tommaso e Santa Rosa, domenicani. Le pareti laterali sono state affrescate (1918-1919) dal Prof. Luigi De Rose, pittore napoletano, titolare di arte e pittura sacra all’Istituto di Belle Arti di Napoli, il quale si giovò della collaborazione dei pittori maioresi Gaetano Cimini (1884-1957), Manfredi Nicoletti (1891-1978) e Raffaele Capone, dopo che il pittore R. D’Amato ebbe reclinato l’incarico avuto dal Can. Vincenzo Conforti e dai Fratelli Mons. Cammarota.Il maestoso altare è arricchito da quattro ancone, due per ogni lato. Ciascun ancona è ornata con la statua in bronzo di un Evangelista; al di sotto di ogni ancona, incastonati nello zoccolo della mensa, vi sono dei medaglioni a mosaico, ognuno recante il simbolo dell’Evangelista cui si riferisce, e cioè: un Angelo per Matteo, l’Aquila per Giovanni, il Leone per Marco e il Bue per Luca. Ogni simbolo è affiancato a un foglio manoscritto, stilizzato, che rappresenta il Vangelo.Al centro dell’altare è posta un’altra edicola a volta, nella quale è sistemato il Tabernacolo a forma di tempietto. La base dell’altare è decorata con un ricco bassorilievo in bronzo, che raffigura l’Eucarestia, mentre la mensa è sorretta da due angeli bronzei.Il pavimento in piastre marmoree reca la data 1866 e la commissione dei Fratelli Ferrigno fu Liberato.

Fonte Battesimale

BattisteroLa vasca marmorea circolare semisferica, sulla quale è scolpita ad altorilievo la Madonna col Bambino, poggia su una colonnetta ed è chiusa da una copertura settecentesca in legno intarsiato al naturale, sovrastata da una cimasa dorata. All’interno dell’area battesimale sono stati collocati alcuni elementi lignei tardocinquecenteschi e due mensole, che provengono dalle decorazioni del soffitto a cassettoni della navata centrale.

Altare di Cristo Crocifisso

CrocifissoRaffigurazione in cartone pressato dipinto su un altare con colonne di marmo rosa, esemplare del XVIII sec. Il fondale è opera di Luigi Capone, effettuata nel 1864.

Cappella detta del ‘Cerasiello’ con il quadro ‘Il riposo nella fuga in Egitto’

CerasielloDipinto ad olio su tela (cm. 138 x 160) su altare, firmato e datato: Capone figlio 1868.Gaetano Capone (1845-1924) si firma ‘figlio’ senza il nome per differenziarsi dal padre Luigi (1810-1890).Copia dell’opera di Federico Fiore, detto Barocci (Urbino 1535-1612), conservata nei Musei Vaticani.Opera detta anche ‘A Madonna d’’o cerasiello’, da cui prende il nome la cappella, raffigurante la Sacra Famiglia, che riposa durante una sosta della fuga in Egitto in una fresca macchia ombrosa. Il Bambino, accanto alla Madonna seduta sull’erba, afferra teneramente un rametto con grappoli di ciliegie, portogli da S. Giuseppe, ritto sullo sfondo con il mantello scomposto dal vento, mentre il mite, docile asinello, povera cavalcatura, sta immobile, quasi partecipe di una timorosa predestinazione. Naturalmente, il grappolo di ciliegie, che dà il titolo al dipinto, rappresenta un’assurdità ecologica, con la sua localizzazione nell’arido deserto del Sinai; ma nel medesimo tempo conferisce alla composizione un’atmosfera di intenso lirismo.La copia fu acquistata dalla Famiglia Ferrigno e donata alla Collegiata.Il pavimento della Cappella è in piastre marmoree e reca la data 1866 e la commissione dei Fratelli Ferrigno fu Liberato.

Il soffitto cassettonato della Navata centrale

Cassettone3E’ uno degli elementi decorativi più rilevanti di ciò che rimane di antico della Collegiata, dopo la riedificazione operata da Pietro Valente nel 1836. Il lacunare fu commissionato nel 1529 dalle famiglie D’Aponte, Mezzacapo e Lanario al pittore napoletano Alessandro De Fulco.

Dall’atto pubblico rogato il 2 marzo dal notaio Cinnamo apprendiamo che : “ detto maestro Alessandro si promette di fare costruere la intempiatura de la detta chiesa de S. Maria per tutto lo titto de la nave de mezzo et per la mità del mese de augusto presentis anni ad tutti soi spese tanto di ligname quanto de pictura et de omni altra cosa nge bisognasse de quella sorta et forma che sta la intempietura…………, de colori fini et con le stelle d’oro fino, et in mezzo de detta intempiatura farenge una madonna sopra de palme sette tutta de rilievo lo campo d’oro fino et la veste de aczuro fino ad electione de li predetti con lo figliolo in braczia con lo bastone d’oro intorno similiter de oro”. Tutta l’opera doveva costare 215 ducati.
Cassettone2L’effetto cromatico scaturente dal verde e dal bianco dei quadroni, Cassettone1in uno con l’oro delle cornici, dà vita ad una visione armonica e maestosa che viene esaltata dalla presenza della Madonna nella parte centrale. Nei quattro angoli è rappresentato lo stemma della famiglia De Ponte.

Sacrestia

Sacrestia1Secondo l’emerito architetto e storico dell’arte Armando Schiavo, la costruzione della sacrestia, e della sottostante cripta, della Collegiata di Maiori, deve collocarsi alla fine del sec. XVIII o ai primi del secolo successivo; quindi la loro edificazione deve essere posteriore a quella del complesso principale della basilica. La sacrestia si sviluppa su pianta a croce greca; il pavimento è formato da quadroni marmorei posti in diagonale. Lungo l’asse longitudinale del pavimento sono inseriti tre cerchi di marmo scuro, in ognuno dei quali è iscritta una stella a otto punte. Sacrestia2Alle pareti dell’ingresso, sovrastanti ai mobili, campeggiano due vaste tele: a destra dell’ingresso una tela di autore ignoto molto deteriorata, di m. 2 x 1,70, rappresenta due pii personaggi che raccolgono pietosamente il corpo di S. Pantaleone; a sinistra, altra tela di m. 1,80 x 1,50 circa, di buona fattura, che rappresenta la cerimonia della Circoncisione. Sull’architrave della porta di fondo a destra: una Pietà; su quello della porta a sinistra: Cena di Emmaus. Sulla porta d’accesso alla sagrestia si trova un ritratto ovale dell’arcivescovo di Amalfi, Maiorsini, datato 1894 e dipinto da Gaetano Capone.

Organo Zeno Fedeli

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Nell’insigne Collegiata di S. Maria a Mare in Maiori, a ridosso dell’entrata principale, troneggia un monumentale organo costruito nel 1904 dalla rinomata ditta Zeno Fedeli di Foligno su commissione del Consiglio Comunale.
Zeno Fedeli (1849 – 1929) fu l’ultimo esponente di una prestigiosa casa organaria umbro-marchigiana iniziata nel XVII secolo. Sotto la sua direzione il nome Fedeli divenne famoso in Italia e all’estero e le opere della Fedeli ottennero il plauso di illustri musicisti oltre a numerosi riconoscimenti quali ad esempio la Medaglia d’Argento alla Prima Esposizione Industriale dell’Italia unita del 1881. Le trasmissioni di Zeno Fedeli vennero sempre lodate per precisione e silenziosità. La “prontezza” veniva ritenuta “un vanto particolare della ditta Fedeli” dal celebre Mo Don Lorenzo Perosi, direttore perpetuo della Cappella Sistina, il quale eseguì il collaudo e il concerto d’inaugurazione dell’organo di Maiori. Nel collaudo il Mo Perosi fu affiancato dai maggiori esponenti della musica organistica dell’epoca quali P. Ambrogio Amelli, il Mo Ulisse Mathey, organista della Basilica di Loreto, il Mo Giuseppe Cotrufo (docente di organo al Regio Conservatorio di Musica S. Pietro a Majella di Napoli).
Organo2E’ infine da tenere presente che lo strumento risulta sicuramente, a livello nazionale, uno dei più integri tra gli organi di Zeno Fedeli superstiti a rimaneggiamenti e trasformazioni. Tutti questi elementi hanno sollecitato la comunità ecclesiale locale a rendere possibile il restauro conservativo, che ha restituito l’organo di Zeno Fedeli nel pieno del suo originale splendore fonico e timbrico.
L’anno 1998 l’Associazione Antonio Tirabassi O.N.L.U.S. promosse una lotteria il cui ricavato netto fu interamente devoluto al restauro dell’organo Zeno Fedeli.
Grazie a quella spinta iniziale, a successive iniziative per la ricerca di finanziamenti e alla sensibilità di quanto hanno reso possibile questo evento, il 19 gennaio 2002 il Parroco Moderatore Don Vincenzo Taiani, alla presenza di alcuni componenti dell’Associazione A. Tirabassi, firmava il contratto con l’organaro Romain Legros per l’esecuzione del lavori di restauro, lavori che si sono conclusi il 5 maggio 2003.
L’inizio dello smontaggio del materiale é avvenuto il 24/01/02. Tutte le componenti sono state sostituite, ove necessario, con materiale rigorosamente identico a quello rimosso o mancante, su ispirazione di quelli superstiti.
L’organaro restauratore Romain Legros, artefice del restauro, è nato a Roubaix in Francia nel 1965. E’ un giovane organaro, che iniziò la formazione in Francia nel 1980, a quindici anni, nel laboratorio della casa organaria Marc Garnier di Morteau. Lì apprese i primi rudimenti per la costruzione artigianale del re degli strumenti e conobbe la tecnica e lo stile d’ispirazione franco-germanica.Nel 1985 si trasferì in Italia lavorando presso il laboratorio di Bartolomeo Formentelli, dove si perfezionò nell’arte organaria italiana. Ha al suo attivo la costruzione di clavicembali e il restauro di vari organi storici.
Il restauro dell’organo Fedeli dà una logica continuità ad un preciso disegno di recupero e valorizzazione dei beni culturali della Collegiata, iniziato con la realizzazione del Museo di Arte Sacra. Esso vuole essere un segnale in contro tendenza verso l’indifferenza e l’abbandono, in cui vengono spesso relegati i beni culturali del nostro territorio.